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Don Vito Sguotti, sacerdote e uomo, tra la gente e per la gente

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Un incontro nella parrocchia di San Ponziano per ricordare il primo storico parroco di Carbonia

Manolo Mureddu

Passione, amore, nostalgia e commozione, sono tra i principali sentimenti e stati d’animo che si sono respirati venerdì sera dentro la chiesa di San Ponziano a Carbonia, tra coloro che hanno partecipato alla conferenza in ricordo del compianto don Vito Sguotti. Una serata organizzata per l’ottantesimo compleanno della città dall’Associazione Amici della Miniera con il patrocinio del Comune, alla quale hanno partecipato anche il vescovo di Iglesias mons. Zedda e la sindaca della città, Paola Massidda.
La trasmissione di uno stralcio del film dedicato all’ex sindaco di Carbonia, Pietro Cocco, nel quale don Sguotti è stato raffigurato in uno degli aspetti più significativi della sua opera sacerdotale, tra la gente e per la gente, ha aperto la serata, mentre la prima relazione è stata curata da Vincenzo Panio. Questi, forte della sua conoscenza diretta con don Vito Sguotti, ha sviscerato diversi aspetti della vita del religioso al suo arrivo, durante la costruzione della città, nel febbraio 1938 e, successivamente, quando alla caduta del regime ritornò nel centro minerario dopo sette anni di esilio ed esser stato allontanato d’impeto dal podestà. Per Panio, don Sguotti, il primo parroco di Carbonia, in piena coerenza con la sua appartenenza all’O.N.A.R.M.O. (Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) e sulla scia della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, seppe interpretare lo spirito più concreto della dottrina sociale della Chiesa, in un’epoca storica proibitiva per migliaia di lavoratori e le loro famiglie nella giovanissima città mineraria. Egli infatti, ha raccontato Panio, col sostegno del vescovo di allora, monsignor Pirastru, fu costantemente impegnato in prima linea per favorire condizioni di vita dignitose a minatori; come quella volta che, in occasione dei famosi 72 giorni di sciopero di un gruppo di essi, da svariate giornate asserragliato dentro la miniera senza più cibo e acqua e sotto la guardia attenta di alcuni carabinieri che vietavano a chiunque il passaggio, tentò in tutti i modi di aggirare il blocco e alla fine ci riuscì, portando da mangiare agli scioperanti e subito dopo rivolgendosi ai militari disse: “adesso arrestatemi pure”. Come a dire: non m’interessa del mio destino, se ho fatto la scelta giusta. Naturalmente non venne arrestato ma anzi la sera i Carabinieri si recarono da lui in Chiesa e si scusarono per quel comportamento frutto purtroppo di ordini superiori del regime.
Ma non solo i minatori, ovviamente, furono destinatari delle sue attenzioni. Un giorno don Vito attraversò la (oggi) centrale via Cagliari come suo solito in bicicletta e a un certo punto vide un uomo dolorante e tremolante tagliargli la strada. Si fermo e gli chiese cosa avesse. Quell’uomo rispose che soffriva di tubercolosi e che era molto preoccupato per i suoi sette figli. Il parroco non ci penso su due volte: prese e gli regalò, dopo averlo benedetto, la sua bicicletta.  Ma furono tanti altri i motivi per i quali l’apostolo della giustizia sociale della città di Carbonia era così amato tra la gente; fu infatti fondatore di una colonia marina e di una diurna per giovani problematici, fu anche tra i grandi propiziatori della nascita di un centro professionale che prese il suo nome, insieme alla squadra di calcio che per prima vinse, nel 1964, la oggi celebre Coppa Santa Barbara.
Quando salì alla Casa del Signore, nel settembre del 1952 furono più di 20.000 le persone che lo accompagnarono nel suo ultimo viaggio terreno. Un sacerdote scrisse di lui, come ha ricordato Vincenzo Panio: “Il sepolcro non lo racchiuderà come un trapassato. Egli sarà sempre un intermediario tra i cittadini e lavoratori e Dio. Una luce di fede.”
Parecchi anni dopo ci fu un tentativo di costruire le condizioni per chiedere la beatificazione del prete, subito venute meno a causa di una campagna diffamatoria nei suoi confronti, anche per responsabilità di un articolo pubblicato in un quotidiano nazionale che lo accusava di esser stato un agente al soldo dell’Ovra, la polizia segreta fascista, polemica che si interruppe unicamente grazie all’intervento dello scrittore Alberto Vacca, che divulgò documenti storici inequivocabili che scagionavano don Vito da ogni accusa.
Conclusa la relazione iniziale, si è proceduto alla lettura di una lettera, la cui interpretazione è stata affidata a Pietrina Cutaia, scritta e recapitata da Francesca Sguotti, nipote del parrocco di Tribano, che ha ringraziato la città per il ricordo e l’amore riservato allo zio.
La conferenza ha poi volto al termine con la relazione di don Salvatore Benizzi, responsabile diocesano per la pastorale del lavoro, che ha presentato frutti della ricerca sulla vita del prete condotta nell’archivio storico diocesano. Ad esempio la corrispondenza con monsignor Giovanni Pirastru, nella quale raccomandò nel febbraio 1938 a don Vito, preoccupato per la sua salute, di moderare la sua attività e di stare attento alla malaria e ai colpi di freddo la sera.
Don Vito, medaglia d’argento con gli alpini durante la prima guerra mondiale, fu un instancabile evangelizzatore di anime. Riteneva che non si potesse curare l’anima senza curare la persona nella sua interezza, questo suo impegno costante per costruire le migliori condizioni di vita per i lavoratori gli costarono l’ostilità del regime fascista al punto che il commissario prefettizio dell’epoca non accettava più le pratiche di matrimonio da egli celebrate. E anche in quella occasione, ha ricordato don Benizzi citando i documenti originali dell’epoca, fu il vescovo Pirastru a intervenire per ricordare all’uomo del regime il dovere di rispettare l’accordo dei Patti Lateranensi e la legittimità di don Sguotti a esercitare pienamente il proprio ministero.
Tra gli spunti della relazione, anche l’ostilità perpetrata da don Nicolino Mei, da 20 anni prete di Serbariu, da subito avversario di don Vito, considerato da lui alla stregua di un usurpatore di un ruolo che pensava gli spettasse di diritto; a tal proposito ci fu anche una protesta ufficiale verso il vescovo per averlo scelto al suo posto per la città di Carbonia. Le vicende dell’epoca, corroborate da documenti, ha spiegato don Salvatore, ci portano a pensare che dietro l’allontanamento del parroco di Tribano da Carbonia ci fu una sorta di complotto e commistione d’interessi privati tra don Mei e il podestà. Nella decisione di esiliarlo dalla città, ci fu anche il coinvolgimento del direttore dell’O.N.A.R.M.O., monsignor Ferdinado Baldelli.
Tra le principali accuse mosse nei suoi confronti, quelle di occuparsi di vicende direttamente pertinenza del sindacato e del partito fascista furono le più ricorrenti. Ma anche, addirittura, di essere un sobillatore di lavoratori. In realtà il parroco ne fu il difensore più strenuo: si narra infatti che da quando iniziò a sbrigare le pratiche burocratiche per conto dei minatori, all’ufficio contestazioni della miniera non si presentò quasi più nessuno. Quando il 13 novembre 1944 tornò nella sua Carbonia da cappellano curato, si trovò ad affrontare una crisi economica senza fine con la chiusura delle miniere e il licenziamento e l’emigrazione di migliaia di minatori, ma nonostante ciò fu ancora una volta un deciso portatore di speranza e di quel concetto di resilienza, di cui gli abitanti di Carbonia da sempre si son nutriti per far rinascere la propria comunità ogni volta.
Dopo l’apertura di un dibattito con alcuni interventi del pubblico presente, ha concluso i lavori e ringraziato i partecipanti il parroco, don Andrea Zucca, fresco di nomina nella parrocchia di San Ponziano.

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