Diocesi

A servizio della Chiesa diocesana

Due parole col nuovo vicario diocesano don Massimiliano Congia, parroco di Cristo Re

Don Maxdi Manolo Mureddu

Quando monsignor Giovanni Paolo Zedda il 25 novembre scorso ha chiamato don Massimiliano Congia, attuale parroco di Cristo Re a Carbonia, a ricoprire il ruolo di vicario generale della diocesi, in molti, in ambito ecclesiale, si sono immediatamente domandati il perché di quella improvvisa e (per taluni) inaspettata scelta; in quanto il 51enne sacerdote mai era stato, fino a quel momento almeno, annoverato tra i papabili per questo importante ruolo nel coadiuvare il vescovo per tutto ciò che concerne le attività diocesane.
E nemmeno lui, nonostante l’esperienza maturata in 20 anni di ministero, di cui 3 come pastore di Santa Maria d’Itria a Portoscuso, 11 in quella di Sant’Antonio da Padova a Fluminimaggiore e 5 a Carbonia in Cristo Re, attuale assistente diocesano dell’Azione Cattolica adulti e responsabile della Caritas a Carbonia, avrebbe mai immaginato di diventare il sostituto del compianto don Lino Melis, ultimo in ordine cronologico a ricoprire il ruolo di vicario fino alla sua scomparsa nel gennaio 2015 a causa di un ictus.
Tanto è stato lo stupore e contestualmente la gioia mista a preoccupazione da egli provati per lo straordinario riconoscimento. Ma come accade in questi casi, la guida dello Spirito Santo è sempre di grande ispirazione e spesso segue un disegno che sfugge alla comprensione dei comuni esseri viventi.
Per discutere di come è maturata questa scelta siamo andati a trovarlo e gli abbiamo rivolto delle domande su come sta vivendo questo momento e, soprattutto, su quali saranno i suoi intendimenti per l’assolvimento del nuovo impegno diocesano affidatogli.

Don Massimiliano, si aspettava la nomina di vicario?

Sinceramente no, è giunta all’improvviso. Innanzitutto perché il ruolo di vicario era vacante da almeno tre anni e poi perché in diocesi ci sono sacerdoti che stimo molto e che, oggettivamente, hanno maggiore esperienza rispetto a me. Logica avrebbe voluto, o quantomeno pensavo ciò, che la scelta potesse ricadere su uno di loro.

Secondo lei, perché è stato scelto?

Francamente lo ignoro. Mentalmente sento di far parte del clero giovane. Ma forse con i miei 51 anni compiuti è giunto il tempo di assumermi maggiori responsabilità nel territorio. Probabilmente il vescovo ha voluto scegliere una persona che in qualche modo rappresentasse la giusta miscela tra esperienza ed entusiasmo.

Ha già idea di come interpretare questo importante ruolo?

Voglio rispondere con un aneddoto: da musicista, quale sono con un’enorme passione per la musica, ho sempre amato suonare in compagnia e molto meno fare il solista. In questo modo di interpretare l’arte musicale credo sia racchiusa anche la mia mentalità e visione dell’impegno religioso, umano e sociale, caratterizzatesi fin dalla giovane età dall’abitudine a collaborare, in quanto nato in una famiglia numerosa dove l’attenzione verso l’altro e al bene di tutti erano sempre al primo posto. Un modo di agire costantemente in sinergia e collaborazione con gli altri che, anche negli anni di discernimento vocazionale, mi stimolava a provare una grande attrazione verso la vita comunitaria al punto che, per tanto tempo, mi sono chiesto se dovessi vivere il mio servizio dentro uno dei tanti ordini religiosi che si caratterizzano proprio per la comunitarietà.

Di cosa avrà bisogno per interpretare questo ruolo?

Innanzitutto avrò bisogno di tempo da dedicare alla conoscenza approfondita dei confratelli. Di costruire, migliorare e rafforzare le relazioni con loro. Ho già un buon rapporto fraterno con molti di essi e questo mi rincuora, perché so che esiste un nucleo di sacerdoti con i quali sperimento, pur nella diversità degli stili pastorali, una profonda comunione.

Di cosa ha bisogno oggi la comunità diocesana?

A parer mio, ora come ora, la comunità avrebbe bisogno di una carità che vada oltre la semplice assistenza o la soluzione di emergenze sociali. In ogni momento è indispensabile ricordare quanto ci dice Gesù Cristo nel Vangelo; ovvero che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. La prima pietanza che dobbiamo offrire è proprio questo pane che consente di umanizzarsi e di far sbocciare tutti quei valori di solidarietà che attualmente latitano nel nostro territorio. In altre parole è necessario impegnarsi per realizzare un nuovo e rinnovato umanesimo per la nostra società.

Un’ultima domanda. L’età media dei sacerdoti anche nella nostra diocesi è elevata, la crisi di vocazioni si fa sentire. Perché accade, come far fronte a questa problematica?

Forse, da questo punto di vista, non rendiamo molto appetibile all’esterno la nostra scelta di vita. Rispondo con la mia esperienza personale: quando ho scelto di diventare sacerdote, l’ho fatto perché innamorato di alcuni stili sacerdotali. Non ho scelto di diventare ministro di Dio in maniera generica, ma dentro di me ripetevo continuamente: voglio diventare sacerdote per somigliare a coloro ai quali mi sento ispirato.

Don Massimiliano è un prete molto apprezzato a Carbonia per la sua costante opera di sostegno a favore dei poveri grazie (ma non solo) alla Caritas in una delle realtà urbane maggiormente colpite dalla crisi economica che attanaglia ormai con i suoi gangli ogni ambito del territorio. Ma tra i suoi più grandi pregi di sicuro ci sono, lo sanno bene i parrocchiani e i tanti che con lui interagiscono quotidianamente, quelli dell’umiltà e della capacità di ascolto verso le problematiche del prossimo; qualunque esse siano. Per egli, infatti, prima ancora che aiutare materialmente le persone, è indispensabile farlo spiritualmente e mentalmente. Perché molti poveri, quando lo ricorda il suo sguardo diventa severo e profondo, spesso altro non sono che cristiani che hanno perso la speranza o la voglia e la capacità di reagire.
Di certo il nuovo vicario generale ha tutte le carte in regola per fare bene e per contribuire al consolidamento della chiesa nel territorio come fondamentale punto di riferimento e ancora di salvataggio per i fedeli e in generale i cittadini in uno dei peggiori momenti di grave crisi sociale e valoriale vissuti dal dopoguerra a oggi.

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